I libri di Maurizio Clicech
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Maurizio Clicech ha tra le dita una tastiera di luce, d’inquietudine meravigliosa e forte, come la luna che fa capolino mensilmente e si lascia scoprire. E’ questo ciò che mi viene da dire leggendo queste piccole perle di saggezza d’un libro che a mio avviso non sarà per tutti, ma per pochi attenti, capaci di comprendere, dotati di acutezza e di cultura, una raccolta con solo ventidue poesie che aprono però gusci durissimi e difficili da scovare, come scrigni contenenti rarità. Eccolo qui uno dei miei primi autori inquieti, capostipite di una corrente letteraria che sta accogliendo sempre più seguaci, ma il Nostro rimane un padre, un esempio, un folle sano. Sano nella forza e nei concetti, nelle corde speciali che qui si percepiscono in una maturità piena, sia estetica che umana. Non manca l’ironia dura, la tragica comprensione dei fallimenti umani, delle facciate da esibire di cui l’uomo si nutre per nascondere la propria miserabile essenza. E Clicech lo grida, non si fa scalfire da timori né da titubanze, lui corre dritto verso la conoscenza poiché sa, ha capito che la vita vola, è il soffio lungo al massimo cent’anni a cui tutti soccomberemo. Da lì la frenesia lucida che sovverte in maniera magica colori, espressioni, tematiche. Cosa importa se esistono le alienazioni da stress di guadagno, di potere e politica (  … Per soldi e potere ogni sistema tradisce, e per se stesso, di vanagloria perisce!), cosa se questa corsa è solo fatta di anse di tempo e noi lo rincorriamo come mediocri e ne facciamo santuari di futilità? La spugna impregnata di tasti dolenti schiaccia la penna e sbrodola verità che qui, alla luce di un cammino sempre in ascesa per l’Autore, vengono snocciolate con finezza, classe, vortici immateriali, spesso satirici, altre volte dolcissimi, profondi sempre e comunque.  Quindi l’esistenza non è una gara, non uno sfarzo di oggetti da possedere, bensì “Arcobaleni di sensazioni dal tavolino di un caffè,intorno bianca pietra d'Istria del mare il riverbero diffondere,sotto lo sguardo complice di Micheze e Jackeze, statue da sempre,l'orizzonte guardare”! Tale comprensione rimane il quid fondamentale di  SINTESI DI SEGNI, mi sovviene a questo proposito un poco il pensiero ginsberghiano, tipico della beat generation tradotto in inquietantismo, sì, nel senso più pacato del termine, laddove il senso putrescente del male sociale viene sterminato dall’ideale. Così eccola qui la vera poesia, lirica e musicale, dalle tonalità a tratti acute, che mai però stridono. Come non emozionarsi con il testo dal sapore leopardiano di Luna moderna nell’attesa?, o ancora, nella lirica Peripli : “… attorno al nostro sentire, di mare, di pace, nel volo immerso di un cormorano, turbini di argentei minuti guizzi sfidare, attorno al nostro volere, abitudinari bagnanti in circoli di mezz'acqua antico, desueto ciarlare, attorno al nostro domani, cerchi di bimbi felici il futuro sognare”. Grande Maurizio Clicech, che con questo suo ultimo lavoro sta conquistandosi sempre più il meritato podio.

SILVIA DENTI
divinafollias
Tutti i diritti riservati. Maurizio Clicech  © 2011
WebMaster Maurizio Clicech
LA PREFAZIONE DI SILVIA DENTI
VIBRUS
INTRODUZIONE ALLA LETTURA
Anno 2084.
L’uso sfrenato della tecnologia ha già messo in ginocchio il pianeta Terra, mentre una tremenda catastrofe dovuta ad un improbabile virus, dà il colpo di grazia a quel poco di “naturale” che circondava la vita degli esseri umani. L’evoluzione tecnico-informatica ha ormai fatto passi da gigante, raggiungendo traguardi inimmaginabili. Del passar delle ore ci si accorge non più guardando l’orologio al polso: è sufficiente alzare gli occhi. Non certo per osservare il sole e vederne la posizione, ma per leggere l’ora proiettata come un ologramma in cielo. Non si può sfuggire al tempo che passa. Non ci sono scuse per dimenticanze e ritardi.
Qualcuno ricorda ancora gli orologi, così come qualcuno racconta ancora favole che parlano di fogli di carta, di matite, penne ad inchiostro, biro, pennarelli. Qualcuno racconta ancora sottovoce dei tempi in cui “si scriveva, ci si parlava, ci si toccava”. Già, perché nel 2084 tutto questo è giudicato un’inutile e pericolosa perdita di energie. Un’incomprensibile perdita di tempo.
Le persone più anziane ricordano che tutto iniziò, quasi un secolo prima, con la diffusione dei computer, e quando ai sempre più difficili rapporti umani iniziavano a preferirsi le più apparentemente facili conoscenze “virtuali”. E a visi meravigliati ogni tanto raccontano - senza farsi sentire da estranei - di quel tempo, quando tutto era “diverso”. Perché, in quell’oggi, quello del 2084, per comunicare non c’è bisogno di parlare.
Così come non c’è bisogno di toccarsi, per tremare d’amore.
La situazione precipita inesorabilmente quando dallo spazio viene captato un misterioso segnale che subito risulta pericoloso, letale. E l’allarme coinvolge tutto il pianeta Terra.
Perché quel segnale, proveniente da chissà dove, è in realtà un vero e proprio “segnale-virus”, il più subdolo e mortale dei virus mai isolati e conosciuti fino ad allora dalla comunità scientifica mondiale. Un virus che attacca i computer - anche quelli iper sicuri di ultimissima generazione - ma che poi è in grado di contaminare l’essere umano propagandandosi e moltiplicando la propria pericolosità mortale attraverso il suono. Qualunque suono.
Attraverso l’orecchio, infatti, il suono/virus invade e colpisce il corpo umano, distruggendo quelle preziose microprotesi vitali impiantate fin dalla nascita alla maggioranza degli esseri umani, perché fossero inattaccabili alle malattie, sempre più perfetti e vicini all’immortalità. Per l’arrivo di questo male sulla Terra viene presto imposto l’assoluto divieto di parlare.
Vietata ogni forma di comunicazione verbale ed emozionale: perché tradire un’emozione con la parola, con un verso, con un mugolio, con un qualunque impercettibile suono, può significare non solo uccidere, ma anche impazzire e morire nel peggiore dei modi fra atroci sofferenze.
Vietato parlare, dunque, così com’è vietato cantare e suonare.
La salvezza non arriva nemmeno dal bracciale già in uso da molti anni che registra e invia bioinformazioni, emozioni, pulsioni, anzi, anch’esso infatti ha intrinseco nel funzionamento il virus. Così si deve abbandonare il prezioso e costoso marchingegno elettronico che suppliva al forzato silenzio della parola e trasformava in impulsi emozionali i pensieri e le sensazioni, che venivano dunque captati e “tradotti” silenziosamente in altrettanti impulsi emozionali alla persona alla quale si volevano inviare.
Grazie a quel bracciale, prima del contagio, non c’era dunque più bisogno di parlare, di sfiorare la pelle, di toccare una mano, di baciare. Di rischiare la propria e l’altrui vita. D’altronde le sensazioni ricevute dal corpo erano assolutamente identiche, perfette. E sane, pulite.
Così dal non “poter” parlare, si passa presto al non “saper” più parlare. C’è ormai sulla Terra l’abitudine ad essere supportati anche nel linguaggio dalle macchine.
Quando anche gli animali vengono contagiati divenendo anch’essi veicolo di trasmissione del male, appare chiaro che l’unica via d’uscita è partire, lasciare la Terra per andare a vivere nei pianeti vicini che risultavano indenni al virus.

Pagina dopo pagina, ViBrus ci descrive un mondo inquietante, raccontandoci un pianeta Terra apocalittico, angosciante, opprimente.

La via d’uscita, il raggio di sole, la speranza, la propone chi, come un moderno guerrigliero, intende ribellarsi a quella vita tutta “virtuale”, rivendicando il rischio di ritornare proprio al valore della vita “reale”.
Come un messaggio portato dal mare in una bottiglia, Azzurra - attraverso un “plat de rue”, postazione computerizzata stradale pubblica - scrive all’amico Gabbiano un brevissimo appello: senza troppe spiegazioni lo invita a raggiungere un posto lontano, isolato, nascosto, quasi irraggiungibile, racchiuso e protetto fra i monti e le valli dell’Appennino tosco-emiliano.
La salvezza per chi vuole rimanere, per chi intende “resistere”, è fra le millenarie mura di un piccolo borgo dimenticato. Un luogo perfetto per tornare al passato: quello fatto di sensi, del sentire con le orecchie, del parlare con la bocca, del toccarsi con le dita.
Un luogo perfetto per tornare indietro, per ricominciare da zero. Un luogo dove si potrà recuperare e insegnare di nuovo il rivoluzionario valore della parola, della comunicazione “reale”. Il valore del comprendersi, del capirsi. Del parlare e dell’ascoltare.

ViBrus è solo inquietante visione di quello che potrebbe accadere, o è anche una velata metafora del momento che oggi viviamo?
Certo, ViBrus e il suo mondo non appaiono poi così tanto difficili da interpretare.
Perché queste pagine sembrano dirci che oggi - così come certamente sarà nel 2084 - il banale segreto di ogni pace, in fondo, è proprio “ascoltare” e “parlare”.
Non stancandosi mai né di parlare, né di ascoltare.


DARIO CELLI

SINTESI DI SEGNI
raccolta di 22 poesie
In stampa, uscita maggio 2012.

La prima pagina sembra annunciare la storia dinastica d’una famiglia di cordaroli Triestini, gli Angelica, messi in ginocchio negli opulenti anni ’60 dall’avvento delle fibre sintetiche, le quali da un giorno all’altro soppiantano la canapa, che per gli Angelica, da secoli, è stata non solo materia prima d’un’arte sopraffina, ma quasi un credo, un destino. Sull’arte del filare corde di canapa, gli Angelica hanno costruito un impero.
Ma, da una sonnolenta e decaduta Trieste gli scenari si dilatano e l’imprevisto si scatena – siamo sicuri che sia imprevisto? Il passato ha una coda spesso velenosa che si flette verso il presente e avvelena anche il futuro.
Compaiono misteriosi personaggi avviluppati in trame ancora più misteriose, e il lettore si trova a passare da una scena mozzafiato a un’altra, in un turbinare di lotte e scontri, ora violenti, ora subdoli, tra figuri dall’identità dubbia e oscure organizzazioni segrete, dispiegati sull’intera faccia del pianeta. O meglio, questa frenesia di trame costituisce il retrobottega nefando del pianeta globalizzato, dove è consentito anche se si appartiene a un paese amico, di violare almeno una dozzina di leggi nazionali ed altrettante internazionali, violazioni che in tempo di guerra condurrebbero davanti al plotone d'esecuzione. Ma siamo sicuri che ci troviamo in un tempo non di guerra?
Nessuna nefandezza viene risparmiata, se c’è in gioco il potere e il predominio. Né le più raffinate torture fisiche e psicologiche, né l’assassinio, né l’uso di avveniristiche conoscenze informatiche, neppure il ricorso a impensabili procedure farmacologiche per mantenere in vita lugubri criminali politici che si pensava sepolti in un passato senza ritorno.
Al confine fra thriller e spionaggio, fantascienza e fantapolitica, il romanzo galoppa a cavallo dei generi e spesso con acrobatiche piroette si proietta fuori dai generi.
C’è uno stile delle parole, nella scrittura, e uno delle idee: Clicech sembra abbracciare il secondo, senza però rinunciare al primo, narrando la sua storia fatta di storie partendo dal di dentro e allargando il cerchio progressivamente. In quest’incubo lucido, dentro il quale le scienze, la micro e macro-economia, la filosofia, la storia recente e remota vengono distorte e piegate contro l’uomo, la palpabile allegoria gl’intenti elusivi a forza d’esser dichiarati, le situazioni di stallo che si alternano al ribollire delle scene d’azione, trascinano il lettore dove forse non vorrebbe, a riflettere sulla condizione umana, stravolta e deformata da poteri senza volto.
Idee che si fanno constatazione e denuncia, anche assai esplicita; e valga citare solo un passo: “Ci sono stati movimenti, tanti, in giro per il mondo, ed il programma di sorveglianza ha
evidenziato che alla base c’era sempre il modulo operativo della giostra. E quello che
dà da pensare è il fatto che il focus attuale è localizzato nel mondo arabo, fino ad ora
non toccato da quei moti speculativi.”
Dove c’è corda, si vorrebbe dire, c’è intreccio, e ricordiamo che quello della corda è un intreccio tortuoso, virtualmente infinito.
Clicech allestisce un circo di orrori descritti con mano ferma, sapiente, quasi con freddezza, anche perché l’orrore può essere incarnato perfino da quel “tipo giovane che parlava di matematica col volto coperto dal cappuccio di una felpa grigia ... a livello da premio Nobel ... e tutto rigorosamente in un ottimo inglese.”
Chi ci salverà dagli assassini in guanti gialli che si esprimono come dottorini oxfordiani? L’archeologia informatica? Un oscuro provinciale fuori dai giochi dei potenti? O dovremo rassegnarci a sposare i cascami d’una filosofia consolatrice?  Troppo accorto per scoprire il suo gioco al fondo di tanti giochi, Clicech ti terrà in sospeso fino all’ultima riga senza offrirci una soluzione rassicurante. Ma forse, da lettori, non volevamo affatto che ci rassicurasse.

GAVINO ANGIUS

Ed è proprio perché, per proseguire con il finale sovrascritto di Gavino Angius, non viene accettata alcuna rassicurazione che tale romanzo riesce a darsi uno svolgimento tenebroso, lungo un percorso che va oltre le frontiere del tempo facendole addirittura sparire, lasciando emergere spezzoni di vita tra le pagine, come fiori sull’acqua, perché Maurizio Clicech nel suo dire non abbandona la poetica. Mai.
In questo libro, infatti, sono parecchi gli scorci lirico-descrittivi, come fossero dettagli sfuggenti, vibratili, a volte vaghi, altre definiti, ma avvolti in magiche velature che bagnano la narrazione salandola, condendola con quella sorta di biografia esistenziale che ne esce dall’imputato, il cappio del dolore, che non viene messo al centro del mondo, no!, viene anzi trasformato nel lacerante malessere umano, ecco la denuncia, il fronteggiare quel reale che sconfigge, trafigge, uccide.
Come sopravvivere? Il ritmo è sobrio, così come il linguaggio, in certi sprazzi energico, vitale al punto da scuotere, in accadimenti tersi e concentrici, quasi a tendere maggiormente lo scenario. In una storia così ci sono i Maya (la presunzione civilizzatrice dell’Occidente non si è ancora conclusa e probabilmente avrà un epilogo soltanto nell’autodistruzione planetaria), gli uomini del futuro (si ragiona ormai cercando un diritto naturale chissà dove, magari  proprio nello spazio), gli Ulisse e gli Attila, e le rammemorazioni, le fedeli ricostruzioni della storia vanno a braccetto dando, se possibile, un plauso maggiore all’interesse che esplode nel lettore avvincendolo fortemente, presentandogli un programma fitto di mosse, riflessioni, colpi di inquieta vena, arte pura, in quanto Clicech, che io seguo e conosco in qualità di validissimo poeta e narratore, qui, in questo libro, supera se stesso.


SILVIA DENTI
Introduzione alla lettura di Gavino Angius e prefazione di Silvia Denti
31 Ottobre.

31 ottobre 1849
Cosa succede quando la mente vacilla, privata delle consolidate certezze frutto dell'esperienza, quando l'orizzonte cambia continuamente, quando l'ordine inverte il suo rigore trasformandosi in caos ?
31 ottobre 1994
Ci sono persone predestinate a subire fatti particolari oppure è il concatenarsi storico degli eventi a programmare il futuro?
31 ottobre XXXX
Quanto può la razionalità contro la ricerca maniacale dell'onnipotenza?

PAGINA IN LETTURA E PREFAZIONE DI SILVIA DENTI











31 ottobre nacque dall'idea del 1992 di raccogliere alcune novelle che avevo scritto a corollario del mio primo romanzo, intitolato "Rio Ospo".  Rio Ospo non venne mai pubblicato, in quanto legato alla contemporaneità del momento storico, era il 1980, e soprattutto al gruppo di amici che ne erano involontari protagonisti. Passato qualche anno alla ricerca infruttuosa di un editore disposto almeno a leggerlo, decisi di lasciarlo nell'oblio dei ricordi.
Rimasero le novelle.
Una, intitolata proprio 31 ottobre 1849, nella sua parte centrale divenne il "Prologo" del romanzo successivo.
Era il 1994, il 31 ottobre 1994. Ed era una pura casualità.
Trieste è un luogo strano, contradittorio. Nei risvolti di un feroce e radicato passatismo malinconico ed autonostalgico, possono nascere degli slanci di modernità pionieristica quasi fantascientifica, tanto che il tizio che dondola davanti a te in autobus, alle sette del mattino, potrebbe essere un ricercatore ritornato a casa dopo sei mesi di antartide, o peggio, un aspirante premio Nobel per la fisica.
Ma Trieste è anche un posto zeppo di gente ferita, dai ricordi ancora vividi di tragedie e sofferenze. Meglio non essere empatici se i luoghi della memoria sono gli stessi della propria contemporaneità.
Ciò nonostante, tutto va avanti.
Era la location ideale per la storia che avevo in mente, Trieste e soprattutto i suoi dintorni, e la sua gente, così diversa e mischiata da essere imparentata col mondo intero.
Iniziai a scrivere. Le sensazioni autunnali, i campi impensabili, la gente che incontravo, si fusero nella storia. Impiegai quasi un anno a completarlo. Poi, nulla. Anni di diversa difficoltà esistenziale mi spinsero a prediligere la composizione, e soprattutto la sintesi poetica.
31 ottobre rimase uno dei tanti file nel pc. Finchè non lo proposi a Rupe Mutevole, e finalmente venne pubblicato, a 15 anni dalla stesura.
Un avvenimento narrato è successo realmente, mentre i personaggi ed i loro nomi, le loro vicende, sono di pura fantasia. Gli spettri della storia purtroppo sono autentici.

Maurizio Clicech

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